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26 agosto 2026

Se non me ne ricordo io, chi se ne ricorda?

Scadenze dimenticate, promemoria e quel confine sottile tra capire l’ADHD e diventare la segretaria del proprio partner.

Qualche settimana fa è saltata fuori una raccomandata dell’INPS dell’anno scorso. Una di quelle cose che andavano controllate, chiarite, sistemate.

Gli avevo ricordato più volte di chiamare e prendere appuntamento.

Non l’ha fatto. È rimasta lì.

E adesso una cosa che probabilmente si sarebbe potuta risolvere in tempo significa pagare tutto, con gli interessi.

Lui era mortificato. Io ero incazzata.

Perché in quel momento non ho pensato: “Vabbè, è ADHD.”

Ho pensato: “Ma è possibile che se non mi ricordo tutto io, le cose semplicemente non vengano fatte?”

Perché il problema non è una raccomandata.

Sono le bollette. Le scadenze. Le visite. Le multe. Gli appuntamenti. Le cose da controllare oggi perché tra un mese sarà troppo tardi.

Tutta quella parte noiosissima della vita adulta che non puoi decidere di ignorare solo perché non ti interessa. E per anni questa cosa ci ha fatto litigare parecchio.

Prima della diagnosi, io avevo una spiegazione molto semplice

Era un menefreghista. Egocentrico. Uno convinto che tanto, in qualche modo, il mondo si sarebbe adattato a lui.

Gliel’ho anche detto. Più di una volta.

Perché dal mio punto di vista il ragionamento era piuttosto lineare.

Sai che devi fare una cosa. Sai che ha una scadenza. Io te la ricordo. Tu mi dici che la farai. Passano i giorni. Non la fai. Te la ricordo di nuovo. Ancora niente.

A un certo punto, quale altra spiegazione dovrei darmi? Se una cosa è importante, la fai.

Almeno, questo era quello che pensavo.

Poi abbiamo capito che per lui non funziona esattamente così

Oggi so una cosa che anni fa non sapevo. Se qualcosa non è urgente, grave o irrimandabile in questo momento, può uscire completamente dalla sua testa.

Non è che si sveglia la mattina e decide: “Sai cosa? Oggi me ne frego della raccomandata dell’INPS.”

Semplicemente, quella raccomandata in quel momento non esiste. Esisterà di nuovo quando qualcuno gliela ricorderà.

O quando diventerà urgente. O, nel peggiore dei casi, quando sarà troppo tardi.

Questo non rende meno fastidioso dover pagare degli interessi. Non recupera i soldi persi.

E soprattutto non significa che io, ogni volta che succede, riesca a reagire con la serenità di una monaca zen che pensa:

“Comprendo il tuo funzionamento neurodivergente.”

No. Mi incazzo.

Perché capire perché succede non significa che le conseguenze smettano di esistere.

Quindi adesso faccio una cosa che detesto: gli rompo le palle Abbiamo provato a non affidarci al famoso:

“Sì sì, me lo ricordo.”

Perché no. Non se lo ricorda.

Le cose importanti finiscono sui calendari. A volte su più di uno.

Ci sono i promemoria. C’è Alexa. E poi ci sono io.

Che, quando una cosa non può aspettare, cerco di non lasciare spazio a quel pericolosissimo:

“Lo faccio dopo.”

Perché abbiamo imparato che quel “dopo” può diventare domani.

Poi la settimana prossima. Poi: “Cazzo, era oggi.”

Non abbiamo trovato il sistema perfetto.

Abbiamo trovato quello che, per ora, funziona meglio per noi. Io me ne ricordo e lo stresso — con amore, ma lo stresso — perché la faccia subito.

E qui, però, c’è un limite sul quale non transigo.

Posso ricordartelo. Ma non puoi incazzarti perché te lo ricordo.

È probabilmente la parte che mi pesa di più.

Perché essere quella che ricorda tutto non è particolarmente divertente.

Non voglio essere la segretaria di mio marito. Non voglio controllare ogni sua scadenza.

E soprattutto non voglio sentirmi dire che sto rompendo le palle quando sto facendo esattamente quella cosa che, entrambi sappiamo, in questo momento gli serve.

Capire l’ADHD ha cambiato moltissimo il modo in cui interpreto certi suoi comportamenti.

Ma capire non significa giustificare tutto.

L’ADHD può spiegare perché quella raccomandata sia sparita dalla sua testa.

Non significa che io debba prendermi sulle spalle tutta la gestione della sua vita.

E non significa nemmeno che lui non debba fare la sua parte per trovare strategie che funzionino.

Questa, forse, è stata una delle cose più difficili da imparare.

Sapere che non lo fa apposta cambia molto. Ma non risolve tutto.

Prima litigavamo sul significato. Io vedevo una scadenza dimenticata e pensavo:

Non gli importa. Se ne frega. Tanto sa che alla fine ci penserò io.

Oggi riesco molto più spesso a separare le due cose.

Il comportamento rimane un problema. La conseguenza rimane. La mia incazzatura, a volte, pure.

Ma non devo necessariamente trasformare quella raccomandata dimenticata in una prova del fatto che mio marito sia una persona egoista o che non gli importi della nostra famiglia.

Possiamo invece chiederci:

Ok. È successo di nuovo. Cosa possiamo cambiare perché la prossima volta sia più difficile che succeda?

A volte funziona. A volte no.

A volte Alexa suona, il calendario manda la notifica, io glielo ricordo e lui riesce comunque a rimandare.

Benvenuti a casa nostra.

Anni fa avrei avuto bisogno che qualcuno mi dicesse questo:

Non siete gli unici. Non necessariamente lo fa apposta.

E scoprire che dietro alcuni comportamenti c’è l’ADHD non significa doverli accettare tutti senza fiatare.

Significa avere finalmente qualche informazione in più per capire dove intervenire.

Noi abbiamo dovuto trovare il nostro incastro.

Non è perfetto.

È pesante? A volte sì.

Ma credo che tutte le coppie, per funzionare, debbano imparare a incastrare due modi diversi di stare al mondo.

Con l’ADHD, a volte, quell’incastro va costruito in un modo un po’ diverso.

Nel nostro ci sono calendari, Alexa, promemoria e una moglie che ogni tanto dice: “No. Non dopo. Fallo adesso.”

Romantico? Per niente.

Utile? Decisamente di più.

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