Famiglia e genitorialità
15 settembre 2026
ADHD e DOP: più glielo ricordo, meno lo fa
Ogni mese mio figlio deve versare una piccola parte dello stipendio in casa. Più glielo ricordo, più si irrigidisce. Poi smettiamo di parlarne e il bonifico arriva.

Mio figlio lavora.
Quando ha iniziato a guadagnare abbiamo deciso che avrebbe contribuito, in piccolissima parte, alle spese di casa. Non gli abbiamo imposto una cifra a caso. Ne abbiamo parlato insieme. Abbiamo scelto insieme quanto avrebbe versato e come.
L’idea era semplice: inizi a lavorare, guadagni i tuoi soldi e inizi anche ad assumerti una piccola responsabilità nella casa in cui vivi.
Tutto molto civile.
Finché non arriva il momento di fare il bonifico.
Perché lì, improvvisamente, sembra che gli abbiamo chiesto metà stipendio.
“In questa casa non c’è mai un cazzo da mangiare.”
“Io sono al lavoro tutto il giorno, non consumo neanche corrente.”
“Io non devo niente a nessuno.”
E ogni mese io penso:
Eccoci di nuovo.
🍪 E io faccio esattamente la cosa che so che non funziona
Il giorno dopo:
“Non hai ancora versato i soldi per la casa.”
Lui:
“Sì sì, aspetta e spera.”
Passa un altro giorno. Glielo ricordo. Passa quello dopo. Glielo ricordo di nuovo.
All’inizio cerco anche di mantenere un tono normale. Poi, inevitabilmente, perdo la pazienza.
Perché non stiamo discutendo di una cosa nuova. Non stiamo negoziando la cifra. Non gli stiamo chiedendo qualcosa su cui non era d’accordo. L’abbiamo deciso insieme.
Quindi più passano i giorni, più nella mia testa la questione diventa:
Perché devo rincorrerti anche per una cosa che hai accettato tu?
E il mio tono cambia.
Ed è lì che lui diventa un muro.
Più io spingo, più lui si pianta. E più lui si pianta, più io spingo.
Una dinamica geniale.
🍪 In realtà questa storia non è iniziata con lo stipendio
Quando era piccolo non c’erano bonifici da fare. C’erano i compiti. La camera da sistemare. Le piccole cose quotidiane.
Ma lo schema era incredibilmente simile.
“Devi fare i compiti.”
Niente.
“Ti ho detto di fare i compiti.”
Niente.
“Quante volte devo dirtelo?”
A quel punto io avevo già perso la pazienza. E lui reagiva ancora peggio.
Non solo non faceva quello che gli avevo chiesto: a volte sembrava quasi che dovesse dimostrarmi che, più insistevo, meno l’avrebbe fatto.
Io vedevo una sfida. E reagivo alla sfida. Lui reagiva alla mia reazione.
Alla fine magari i compiti erano ancora lì, la camera era peggio di prima e noi avevamo litigato furiosamente.
Per anni mi sono chiesta:
“Ma perché deve essere una guerra per qualsiasi cosa?”
🍪 Poi è arrivata anche la diagnosi di DOP
La diagnosi non ci ha consegnato un libretto di istruzioni. E soprattutto non significa che oggi io possa guardare qualsiasi sua risposta e dire:
“È il DOP.”
Sarebbe troppo semplice.
Però ci ha aiutati a riconoscere una dinamica che tra noi esisteva da moltissimo tempo.
Quando una richiesta viene vissuta come pressione, imposizione o scontro, mio figlio tende a irrigidirsi. E a quel punto continuare ad aumentare la pressione, almeno con lui, spesso non produce collaborazione.
Produce altra opposizione.
La cosa paradossale è che ormai lo sappiamo entrambi. Ne abbiamo anche parlato. Lui riconosce questo meccanismo. Io pure.
Eppure ogni tanto continuiamo a entrarci dentro con tutte le scarpe.
Perché sapere come funziona una dinamica non significa improvvisamente diventare bravissimi a evitarla.
🍪 Il problema è che io voglio che lo faccia adesso
Ed è qui che devo fare i conti anche con me stessa.
Perché quando una cosa va fatta, per me la soluzione più logica è:
falla.
Non voglio dover aspettare che arrivi il momento giusto. Non voglio ricordartelo per quattro giorni.
E soprattutto, quando mi rispondi:
“Aspetta e spera”
non è che dentro di me si attivi automaticamente la modalità:
Interessante. Ora rispetterò serenamente i suoi tempi.
No.
Mi girano le palle.
E quindi insisto.
Solo che, almeno nella nostra esperienza, a un certo punto il promemoria smette di essere un promemoria. Diventa una battaglia tra me che voglio ottenere una cosa e lui che non vuole sentirsi spinto a farla.
E la cosa che doveva essere fatta finisce quasi in secondo piano.
🍪 Poi smettiamo di parlarne
Non perché io abbia improvvisamente raggiunto l’illuminazione.
Semplicemente perché dopo un po’ sono stanca.
Basta.
Non glielo ricordo più. Lui non ne parla. Io provo a non parlarne.
Passa qualche giorno.
E poi prendo il telefono.
Notifica della banca.
Bonifico ricevuto.
Da lui.
La cifra che avevamo stabilito.
Senza che gliel’avessi appena ricordato. Senza discussione. Senza proclami.
Apro il movimento.
E nella causale trovo:
❤️
E lì ogni volta vorrei contemporaneamente abbracciarlo e strozzarlo.
Perché allora lo sapevi.
Non te n’eri fregato. Non avevi deciso che non avresti contribuito.
Avevi bisogno di arrivarci senza sentire qualcuno addosso che continuava a dirti di farlo.
🍪 Non significa che la soluzione sia non chiedergli più niente
Magari fosse così facile.
Ci sono cose che hanno una scadenza. Ci sono responsabilità che non possono aspettare indefinitamente il momento in cui una persona si sente pronta.
E diventare adulto significa anche imparare a fare cose che non hai voglia di fare, quando vanno fatte.
Questo vale per lui esattamente come vale per chiunque altro.
Quello che stiamo cercando di imparare è un’altra cosa:
non trasformare ogni richiesta in una prova di forza.
Io sto cercando di capire quando il mio ricordargli una cosa sta ancora aiutando e quando, invece, stiamo entrando nel solito meccanismo in cui più spingo io e più si irrigidisce lui.
Lui, dall’altra parte, deve imparare che avere bisogno di sentirsi autonomo non fa sparire le responsabilità che ha accettato.
Non sempre ci riusciamo.
Anzi.
Quel:
“Sì sì, aspetta e spera”
riesce ancora a farmi saltare i nervi con una precisione impressionante.
Però oggi almeno riconosciamo prima quello che sta succedendo.
🍪 Forse quel cuore dice più di tutta la discussione
Quando era piccolo, davanti a quei comportamenti vedevo soprattutto un figlio che mi sfidava. E io sentivo di dover vincere quella sfida.
Oggi non voglio vincere.
Voglio che impari a gestire le sue responsabilità senza che per farlo dobbiamo distruggerci a vicenda.
E lui deve ancora imparare parecchio.
Io pure.
Perché essere sua madre non significa soltanto insegnargli quando deve fare qualcosa. A volte significa anche capire come fare un passo indietro senza smettere di chiedergli di fare la sua parte.
Il bonifico, alla fine, arriva.
Qualche giorno dopo rispetto a quando lo avrei voluto io.
Senza che nessuno dica niente.
E con quel cazzo di cuore nella causale.
Che probabilmente è il suo modo di dirmi:
“Lo so, mamma.”
Anche se prima, ovviamente, dovevamo litigare.
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