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Relazioni e vita di coppia

9 settembre 2026

“Se non mi hai scritto, vuol dire che è andato tutto bene”

Per me non chiedermi com’era andato un colloquio importante significava non avermi pensata. Per mio marito significava tutt’altro. Una delle incomprensioni che l’ADHD ha reso più difficili nella nostra coppia.

“Se non mi hai scritto, vuol dire che è andato tutto bene”

Quel giorno avevo un colloquio di lavoro importante.

Ero agitata.

Ne avevo parlato parecchio con mio marito nei giorni precedenti, quindi non era una di quelle cose che poteva non sapere o che gli avevo accennato distrattamente una volta.

Sapeva che ci tenevo. Sapeva che ero in ansia. Sapeva che quel giorno avrei fatto il colloquio.

Lo faccio. Esco. Guardo il telefono. Niente. Passa il pomeriggio. Niente. Arriva sera. Ancora niente. E io non gli scrivo.

Non perché non voglia raccontargli com’è andata.

Ma perché, a quel punto, voglio vedere se glielo ricorda lui.

Quando torna dal lavoro gli dico:

“Ah, grazie. Il colloquio è andato bene.”

Lui mi guarda e risponde:

“Non avevo dubbi.”

Che sarebbe anche una risposta carina.

Se non fosse che non mi aveva chiesto assolutamente niente per tutto il giorno.

Glielo faccio notare.

Gli dico che almeno un messaggio per chiedermi com’era andata sarebbe stato carino. E poi arriva inevitabilmente quella parte in cui sono già incazzata e gli dico:

“Come al solito, se una cosa non riguarda te, chissenefrega.”

E lui, con una logica che ancora oggi riesce contemporaneamente a farmi ridere e incazzare, mi risponde:

“Se non mi hai scritto, vuol dire che è andato tutto bene.”

E credo che in quella frase ci siano anni della nostra relazione. Io non volevo informarlo. Volevo che mi pensasse.

Il problema non era raccontargli com’era andato il colloquio. Potevo prendere il telefono alle cinque del pomeriggio e scrivergli:

“È andato bene!” Fine.

Il problema era che non volevo essere io a farlo. Volevo che, a un certo punto della sua giornata, gli venisse in mente:

“Oggi Veronica aveva quel colloquio. Chissà com’è andata.”

Per me quello significava interessarsi. Pensarmi anche quando non ero lì.

Ricordarsi di una cosa importante per me semplicemente perché era importante per me. E quando quel messaggio non arrivava, io non vedevo una dimenticanza.

Vedevo disinteresse.

Il ragionamento nella mia testa era semplicissimo:

Se ti importa di me, ti viene spontaneo chiedermelo. E quando non succedeva, la conclusione era altrettanto semplice:

Non gli importa abbastanza.

Per lui quella giornata aveva raccontato una storia completamente diversa Questa è la parte che ho impiegato parecchio tempo a capire.

Nella testa di mio marito non era successo:

“Veronica oggi ha una cosa importante, ma non me ne frega niente di sapere com’è andata.”

Il suo ragionamento era davvero quello che mi aveva detto.

Non mi aveva sentita. Non gli avevo scritto.

Non era successo niente che richiedesse il suo intervento.

Quindi, evidentemente, era andato tutto bene. Nessuna notizia = nessun problema. Io aspettavo un gesto affettivo.

Lui non stava aspettando un aggiornamento perché, nella sua testa, l’assenza di un aggiornamento era già un aggiornamento. Il problema è che per anni io ho tradotto quel silenzio utilizzando il mio modo di funzionare.

E nel mio modo di funzionare, se so che la persona che amo ha qualcosa di importante, ci penso. E se ci penso, chiedo.

🍪 Non è successo soltanto con quel colloquio

Il colloquio è uno degli episodi che ricordo, ma non è certamente l’unico.

È successo con visite mediche. Con situazioni che mi preoccupavano. Con cose importanti che riguardavano la nostra famiglia.

E succede anche in una forma molto più banale. A volte gli parlo e mi accorgo che non mi sta più ascoltando. Fisicamente è lì. Io sto ancora raccontando. Ma lui è già altrove.

E anche quella, per me, per anni è stata la stessa ferita travestita in un’altra situazione:

“Se quello che ti sto dicendo ti interessasse davvero, mi ascolteresti.”

È difficilissimo non prenderla sul personale. Soprattutto quando succede con una persona dalla quale vuoi sentirti vista.

Poi è arrivata la diagnosi, ma non una risposta comoda

Capire meglio l’ADHD di mio marito mi ha costretta a mettere in discussione un’equazione che per me era sempre stata quasi automatica:

attenzione = interesse.

E quindi:

mancanza di attenzione = mancanza di interesse.

Nel nostro caso non è sempre così.

Mio marito può tenere moltissimo a qualcosa e comunque perderla momentaneamente dal radar quando la sua attenzione è completamente assorbita da ciò che ha davanti.

Può aver ascoltato quello che gli ho raccontato la sera prima e non recuperare spontaneamente quell’informazione nel momento in cui io mi aspetterei che lo facesse.

Può essere fisicamente davanti a me e accorgersi che ha perso il filo di quello che sto dicendo. Questo mi ha aiutata a smettere di utilizzare ogni sua distrazione come una specie di termometro dei suoi sentimenti.

Ma c’è un pezzo importante. Io continuo a volere quel messaggio

Perché comprendere il suo modo di funzionare non ha cancellato il mio.

Io continuo ad avere piacere se mio marito si ricorda che ho qualcosa di importante. Continuo a volere che mi chieda:

“Com’è andata?”

Continuo a sentirmi considerata quando ricorda una cosa che gli ho raccontato senza che debba riportargliela davanti io.

E credo che per molto tempo abbiamo sbagliato entrambi proprio qui.

Io pretendevo che il suo interesse assumesse spontaneamente la forma che per me significava interesse. Lui pensava che, una volta spiegatomi che non chiedere non significava fregarsene, il problema fosse sostanzialmente risolto.

Ma non funziona così.

Perché in una coppia non basta sapere cosa intende l’altro. Bisogna anche imparare cosa arriva all’altro. Forse il punto non è stabilire chi dei due abbia ragione

Io non credo più che ogni messaggio che non arriva significhi: “Non gli importa di me.”

E lui sa che: “Se non mi hai chiamato vuol dire che è andato tutto bene” può essere perfettamente logico nella sua testa e comunque farmi girare parecchio le palle.

Stiamo insieme da abbastanza tempo da sapere che probabilmente continueremo a inciampare in questa differenza. Ma almeno oggi sappiamo dove stiamo inciampando.

Perché quel giorno io non avevo bisogno che mio marito risolvesse qualcosa.

Il colloquio era già finito. Era anche andato bene. Non c’era nessuna emergenza.

Volevo semplicemente che, in mezzo alla sua giornata, per trenta secondi gli venisse in mente qualcosa che stava succedendo nella mia.

E questa è forse la cosa che abbiamo dovuto imparare più di tutte:

non sempre il modo in cui una persona dimostra interesse coincide con il modo in cui l’altra riesce a sentirlo. E qualche volta, per volersi bene, bisogna imparare anche quello.

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